La metafisica del petalo. Mark Rothko e Rachel Ruysch: intensità senza racconto

Dal petalo di Rachel Ruysch ai campi di colore di Mark Rothko: luce interna e soglie percettive

Mark Rothko entra in scena come se cancellasse tutto: figura, racconto, orizzonte. Eppure, non distrugge la pittura: la spinge fino al punto in cui smette di spiegare il mondo e comincia a metterlo in sospensione. La domanda, allora, non è più “che cosa si vede?”, ma “che cosa accade allo sguardo quando l’immagine non offre appigli?”.

Qui la tradizione del Nord — letta attraverso la lente di Robert Rosenblum — torna utile non come genealogia, ma come grammatica dello sguardo. In quel territorio la luminosità raramente è teatrale; non cade sulle cose per renderle eloquenti. Piuttosto insiste, si diffonde, si posa. Con Caspar David Friedrich, quella luce svuota l’orizzonte e lo rende silenzioso, come se lo spazio perdesse la funzione di scenario e diventasse una condizione mentale. In Rothko quel processo si spinge oltre: l’orizzonte non viene soltanto rarefatto, viene assorbito. Il paesaggio non regge più; resta un campo di presenza.

E quel campo non nasce da un salto: nasce da una disciplina. Perché l’irradiazione possa dilatarsi, deve prima imparare a reggersi sul minimo, senza sostegni e senza enfasi.

È qui che Rachel Ruysch — pittrice olandese tra Seicento e primo Settecento, tra le più raffinate interpreti della natura morta floreale — smette di essere un semplice antecedente iconografico: diventa un indizio di metodo. Nei suoi bouquet — spesso in un vaso di vetro, su fondo scuro, con la luce che scorre radente sulle trasparenze — il petalo non funziona come dettaglio ornamentale: è una soglia, materia portata al limite della visibilità — una pelle sottile, una pellicola, una filigrana — che sembra continuamente sul punto di scomparire mentre appare. Per questo il petalo è campo atmosferico in miniatura: non racconta, non allude, non simbolizza; trattiene.

Nei bouquet di Ruysch, spesso è proprio il vaso di vetro a dichiarare che la pittura non descrive, ma costruisce ottica: rifrazione, spessore, aria trattenuta. Rothko porta quella lezione fuori dall’oggetto: il vetro diventa metodo, cioè stratificazione che produce profondità senza prospettiva.

Il punto non è immaginare un’influenza (non avrebbe senso), ma riconoscere una parentela di metodo: come ottenere intensità senza racconto, come produrre una qualità di presenza che dipende solo dalla superficie e dal tempo dello sguardo. Ruysch è esemplare proprio perché lavora dove l’errore è proibito: su un quasi-niente che non tollera effetti.

Qui il petalo non è un dettaglio: è una zona di massima delicatezza del visibile. Materia portata a una soglia — un film impalpabile, uno strato sottilissimo di colore — che non si consegna come forma definitiva: pulsa, come se trovasse un ritmo per un istante, prima di ricadere in trasparenza. Per questo il petalo non allude: trattiene. È un microclima, una durata concentrata.

Quella stessa luminosità nordica — fredda, analitica, capace di trascendenza — che in Friedrich svuota e in Rothko ingloba, in Ruysch si deposita su una trasparenza operativa: un lembo, una soglia. Proprio perché lavora sul minimo, non può permettersi teatralità: diventa precisione, stratificazione, controllo del passaggio tra opaco e luminoso.

In questo senso la “metafisica del petalo” prende forma nel modo più sobrio e, per questo, più convincente: non è un’idea dietro l’immagine, è un’esperienza dentro la materia. Il colore smette di essere descrizione e comincia a comportarsi come presenza fragile: qualcosa che esiste davvero, ma solo finché lo sguardo accetta di sostenerlo.

In quest’ottica, Rothko appare non come discendente, ma come dilatazione. Porta alla massima potenza ciò che Ruysch rende leggibile in scala minima: il colore non serve a nominare un oggetto, serve a far accadere una condizione. Non occorre tracciare una linea storica; basta riconoscere una continuità di funzione: come la pittura possa generare intensità senza appoggiarsi al racconto.

È decisivo, allora, evitare l’equivoco più comune: scambiare Rothko per una pittura “immediata”, fatta di campi uniformi. La sua luminosità è lenta, costruita. Le velature sottili, gli assorbimenti, i depositi non sono un vezzo tecnico: sono il dispositivo che produce una luce interna, quasi respirante.

Qui l’emozione nasce da attrito, non da un effetto. E non è solo un tempo dello sguardo: è anche un tempo della materia, un accumulo di attese e decisioni depositate negli strati.

(Basta pensare alle grandi serie mature — dai Seagram Murals ai lavori tardi — dove i rettangoli non “stanno sopra” un fondo, ma emergono come temperature diverse della stessa aria.) Una lettura materiale, sostenuta anche da studi monografici rigorosi come quelli di David Anfam, restituisce Rothko come pittore della dinamica del visibile, non come autore di semplici “icone spirituali”.

Si chiarisce così anche il punto più delicato: l’emozione in Rothko non sta nel soggetto, perché soggetto non c’è. Sta nel comportamento percettivo che la pittura innesca.

Davanti a queste superfici, la visione non si stabilizza tutta insieme. L’occhio deve adattarsi, registrare differenze minime, accettare che i bordi non siano confini ma zone di transizione; deve sostare abbastanza perché ciò che all’inizio appare come una campitura cominci a vibrare di profondità.

In questo tempo di assestamento succede qualcosa: il quadro non si “legge”, si attraversa. E le emozioni primarie — quiete, angoscia, tremore, lutto — non vengono narrate: emergono come conseguenza di un campo che non si lascia possedere subito.

Non è un’immagine da fissare: è un campo che lavora anche quando lo sguardo non lo possiede. Una parte dell’esperienza avviene ai margini, nella visione periferica, dove il colore smette di essere cosa e diventa clima.

Rothko non lavora soltanto sul colore: lavora sull’apparato visivo di chi guarda. Le velature agiscono come un dispositivo di adattamento: l’occhio misura, corregge, registra differenze minime; la pupilla e i micromovimenti dello sguardo diventano parte dell’opera. Il quadro chiede una compensazione: lo sguardo deve mettere a fuoco ciò che la pittura non consegna mai del tutto.

È anche così che l’emozione si regge: non viene “data”, ma sostenuta dall’osservatore che accetta di portarla per qualche secondo, come si sostiene un equilibrio instabile.

In questo senso la parola “membrana” resta utile solo se la si intende in modo concreto: non come metafora vaga, ma come comportamento della pittura nel tempo. Il quadro non è incompleto: è temporale, si compie nell’osservazione. Esattamente come nei petali di Ruysch, dove la luce non definisce la forma una volta per tutte, ma la consuma mentre la rende visibile.

Così la metafisica del petalo non è una trovata poetica: è un nome per una continuità percettiva. Ruysch mostra il colore come esperienza del minimo; Rothko lo espande fino a farne un ambiente in cui lo spettatore entra.

E ciò che chiamiamo “emozione” nasce qui: non da un simbolo, non da un mito, ma dal fatto che la pittura, ridotta a velature e soglie, chiede allo sguardo una forma di compensazione e di sostegno: non solo per far emergere l’immagine, ma per reggere le emozioni che innesca. Vedere diventa un atto che sostiene ciò che è fragile.

 ©Postilla d’Arte

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Chiharu Shiota – The Soul Trembles. Il tempo respira, la materia ricorda