Berndnaut Smilde e il diritto dell’instabile a essere reale

Molti artisti lavorano sull’instabile.

Pochissimi lavorano sul diritto dell’instabile a essere reale.

È in questa seconda, più stretta linea che si colloca il lavoro di Berndnaut Smilde. Non perché le sue opere siano destinate a scomparire, ma perché rifiutano di fondare la propria realtà sulla durata. Nimbus non è una metafora dell’effimero né una poetica della fragilità: è un dispositivo di prova. La posta non è la sparizione dell’opera, ma la possibilità che qualcosa sia pienamente reale senza stabilizzarsi come cosa.

Smilde non è “quello delle nuvole”. È quello che ha trovato una forma per mettere in crisi la durata come criterio di valore. Costruisce eventi che non possono essere messi in dubbio: fenomeni fisici prodotti in condizioni controllate, ottenuti attraverso gli stessi parametri che regolano l’aria “normale” degli edifici. In questo senso Smilde non estetizza l’instabile: mette sotto stress l’idea che il reale debba coincidere con ciò che resta.

Le nuvole che compaiono nei suoi lavori non sono illusioni né immagini simboliche. Sono episodi fisici puntuali, generati attraverso temperatura, umidità e circolazione dell’aria. In opere come Nimbus Boijmans (2025), realizzata all’interno di un contesto museale storicamente connotato, la nube appare in spazi di pietra e rappresentanza — luoghi pensati per durare, come chiese gotiche o palazzi — in cui un simile evento non si produrrebbe mai spontaneamente. Smilde utilizza la grammatica tecnica che normalmente mantiene neutro un ambiente e la forza fino a produrre una presenza incompatibile con la stabilità. È l’artista a intervenire sulla sintassi invisibile dello spazio, trasformandola da infrastruttura funzionale in macchina di apparizione.

In Nimbus l’opera non si trattiene come esperienza e non si stabilizza come oggetto. Accade. E in questo accadere si impone come un fatto: non allusione, non atmosfera. L’evento coincide con il suo stesso ritrarsi; la precarietà non è un limite, ma la condizione esatta del suo statuto.

Questa posizione sposta Smilde fuori dal recinto — spesso comodo e spesso riduttivo — dell’estetica dell’effimero. Qui non si tratta di celebrare ciò che svanisce, ma di incrinare un presupposto più profondo: che solo ciò che dura meriti il nome di reale. Smilde lavora su una soglia ontologica, non lirica. La sua domanda non è “quanto resta?”, ma “a quali condizioni riconosciamo qualcosa come reale?”.

In questo senso la sua fotografia non funziona come strumento di salvataggio dell’opera. Non conserva ciò che altrimenti andrebbe perduto. Registra invece una prova: attesta che qualcosa è accaduto pur non potendo essere trattenuto. L’immagine non garantisce la memoria dell’evento, ma ne certifica l’esistenza temporanea. La fotografia diventa così un atto di attestazione, non di conservazione.

Scegliendo l’aria come medium, Smilde sceglie una materia senza proprietà stabili: priva di forma propria, impossibile da possedere. Ma proprio per questo radicalmente concreta. L’aria è ciò che rende possibile l’ambiente e insieme ciò che, di solito, resta fuori dallo sguardo. Portarla alla forma significa rendere sensibile non un oggetto, ma una condizione. Nimbus non introduce qualcosa nello spazio: rende lo spazio, per un istante, vulnerabile e leggibile.

È qui che il lavoro di Smilde acquista una forza teorica rara. Non si limita a produrre immagini potenti: ridefinisce un criterio di valore. La realtà non coincide con ciò che permane; può esistere anche come evento senza garanzie, come presenza che non aspira a diventare cosa.

In un sistema dell’arte che tende a neutralizzare l’instabile trasformandolo in stile, Smilde compie un gesto opposto. Non romanticizza la fragilità: ne rivendica il diritto ontologico.

In Nimbus Smilde non chiede di credere: chiede di rivedere il criterio con cui riconosciamo ciò che è. L’opera non vale perché resta, ma perché è stata esatta. In un’epoca che scambia la registrazione per realtà, Smilde mostra il contrario: prima viene l’accadere, poi — forse — la traccia. Il suo rigore è questo: separare la verità dalla permanenza, e costringerci ad ammettere che anche ciò che non dura può essere, senza riserve.

Martina Gecchelin

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