Chiharu Shiota – The Soul Trembles. Il tempo respira, la materia ricorda

«La poetica di Shiota è una trasmutazione tra dimensioni: il tempo si fa materia visiva, il pensiero diventa architettura sensibile.»


La mostra “The Soul Trembles” al MAO – Museo d’Arte Orientale di Torino – segna la prima grande retrospettiva italiana dedicata a Chiharu Shiota (Osaka, 1972). È curata da Mami Kataoka e Davide Quadrio e non si limita a presentare una selezione di opere monumentali: trasforma il museo in un organismo vivente, un corpo che pensa e respira. Il titolo, tratto da una frase dell’artista, evoca un movimento interiore: l’anima che trema, vibra, si espande nello spazio e nel tempo. Shiota non rappresenta il vuoto: lo abita, lo fa diventare materia, lo converte in tessuto percettivo. La sua poetica nasce dal vuoto ma non per nostalgia del pieno, bensì come atto di restituzione alla realtà di quella zona invisibile in cui la memoria e il possibile coincidono.
Nella cultura giapponese il vuoto non è mancanza, ma pienezza invisibile: il “Ma”, l’intervallo tra le cose, è ciò che dà senso a ogni presenza. In questo orizzonte Shiota innesta un linguaggio contemporaneo, occidentale, corporeo e performativo. Le sue installazioni monumentali, fatte di fili rossi o neri, non occupano lo spazio: lo trasfigurano. Il museo diventa un campo psichico, un paesaggio della memoria e della tensione.
In “Uncertain Journey” le barche sospese sono scheletri del tempo, imprigionate in un mare di filo rosso; in “In Silence”, un pianoforte bruciato si dissolve in una rete nera che annulla ogni suono. Queste opere non raccontano la distruzione, ma la persistenza: ciò che resta dopo l’evento. I fili sono vene, sinapsi, linee di connessione. Sono la materia invisibile del legame umano. «Il filo – ha detto Shiota – è come il sangue che scorre tra le persone: ciò che non si vede ma tiene in vita ogni cosa.»
L’artista attraversa il tema del vuoto come spazio della vita sospesa. Le sue opere non evocano l’assenza ma la presenza in potenza: l’attimo in cui il tempo non è ancora accaduto ma già esiste. La poetica di Shiota può essere letta come una trasmutazione tra dimensioni, la conversione del tempo in materia visiva e del pensiero in architettura sensibile. Ogni installazione è un atto alchemico che rende tangibile ciò che di solito resta impalpabile: il desiderio, il ricordo, la perdita, la possibilità.
Il filo rosso, organico e vulnerabile, diventa cordone ombelicale del tempo: collega il passato a ciò che sarà, la memoria alla speranza, la vita alla sua eco. Il vuoto che lo circonda non è assenza, ma un campo energetico di potenzialità. È il luogo neutro dove tutto può ancora accadere o non accadere, dove la sostanza del mondo si prepara alla forma.
Shiota, che nella propria biografia ha conosciuto l’esperienza della perdita, trasforma il trauma in una cosmogonia del possibile. Le sue installazioni si aprono come uteri di fili, spazi intrauterini della memoria e dell’attesa. In esse il tempo non scorre ma si raccoglie: è un tempo in potenza, embrionale, che contiene tutte le versioni dell’essere prima che la vita decida in quale direzione andare.
Con il tempo in potenziale, l’artista espande lo spazio psichico, lo dilata fino a farlo coincidere con l’architettura stessa. Il museo diventa una mente rovesciata, un corpo che pensa, uno spazio organico in cui l’interiorità si fa volume e il pensiero prende forma fisica. In questo processo Shiota glorifica l’istante, il frammento di tempo che sfiora la sostanza e si fissa come cattedrale dell’individuo nella sua interezza. Ogni filo, ogni nodo, ogni intreccio è una preghiera della materia, un tentativo di incarnare il possibile.
Nel MAO di Torino, l’artista avvolge e riscrive l’architettura. Le sale storiche del museo, dedicate alle culture asiatiche, vengono trasformate in una pelle collettiva: lo spazio diventa organismo, la struttura un tessuto vivo. Shiota definisce l’architettura la nostra «terza pelle», dopo il corpo e gli abiti: un’estensione di noi stessi, fragile e sensoriale. Le sue trame di fili avvolgono questa pelle, ne esaltano la memoria e la risonanza. Le armature samurai del MAO, prive di corpo, dialogano con i vestiti vuoti e le barche sospese dell’artista. Reliquie storiche e reliquie emotive si guardano a distanza di secoli, unite dal filo rosso dell’assenza.
L’allestimento, realizzato anche con la partecipazione degli studenti dell’Accademia Albertina, assume una dimensione comunitaria: tessere diventa rito collettivo, atto di meditazione e di cura. In questa mostra il museo cessa di essere un contenitore per diventare una membrana sensibile, una cassa di risonanza per il tremore dell’anima.
Lo spettatore non osserva ma attraversa: è immerso in una rete percettiva in cui il corpo diventa estensione della memoria. È qui che il lavoro di Shiota incontra la filosofia. Henri Bergson scrive che il tempo reale non è una linea ma una durata, una stratificazione di esperienze che coesistono. Shiota rende visibile questa durata: i suoi fili sono le fibre del tempo, la materia stessa della memoria. In Merleau-Ponty ritroviamo la nozione di percezione incarnata: l’occhio non è mai separato dal corpo che sente. Le installazioni di Shiota operano nello stesso modo, dissolvendo la distanza tra osservatore e spazio, tra mente e materia. In Gaston Bachelard, infine, troviamo l’eco più intima di questa visione: la casa come luogo della memoria primordiale, il nido, l’utero cosmico in cui il pensiero si raccoglie. Shiota amplifica questa intuizione: il museo diventa casa dell’anima, architettura del tempo interiore.
A questo si aggiunge la radice orientale del “Ma”, lo spazio tra le cose, la pausa che permette al suono di esistere. Nei fili tesi di Shiota, il “Ma” si manifesta come respiro visibile: il vuoto vibra, diventa presenza sottile, intervallo che tiene insieme l’invisibile e il reale. È la stessa vibrazione che attraversa ogni sua opera, come una tensione tra il mondo e la sua eco.
”The Soul Trembles” non è solo una mostra, ma una rivelazione: il tempo non passa, respira. Le sue trame non rappresentano il dolore, lo trasformano. Non temono il vuoto, lo riempiono di presenze invisibili. Ogni nodo trattiene un battito, ogni spazio rarefatto un respiro. In questo labirinto di materia sottile, il tempo si fa carne, la memoria architettura, l’anima tremore. Il museo non conserva ma trasmuta: diventa corpo pensante, cattedrale del potenziale in cui l’uomo riscopre la propria pienezza anche nell’assenza.
E in quell’attimo sospeso tra ciò che è stato e ciò che ancora potrebbe essere, l’opera di Shiota rivela il suo segreto più profondo: la vita non è solo ciò che accade, ma ciò che vibra nella rarefazione della sostanza.



Indietro
Indietro

La metafisica del petalo. Mark Rothko e Rachel Ruysch: intensità senza racconto

Avanti
Avanti

Il silenzio che ridefinisce lo sguardo. Helene Schjerfbeck al Metropolitan Museum of Art di New York