Lui le diede coraggio, lei gli diede immortalità
Come Jo van Gogh-Bonger trasforma il dolore in visione e crea il mito moderno di Vincent van Gogh
**Bussum, inverno 1891.**
Attraversata dal dolore ma guidata da una mente lucida, Johanna van Gogh-Bonger apre le lettere di Vincent con mani tremanti. Nelle parole che legge le risuonano in testa le voci di Vincent e Theo — le pare quasi di sentirli tornare, vicini, vivi per un istante nel silenzio della stanza.
Anche questo gesto le è familiare. Da ragazza trascrive a mano interi capitoli di *Anna Karenina*: una disciplina intima che la prepara, senza saperlo, a comprendere il labirinto emotivo delle lettere di Vincent.
Sono i pensieri di Vincent van Gogh, le sue lettere, a guidare tutto. Prima ancora che i pennelli traccino colori sulla tela, è la sua voce interiore a delineare il mondo che Johanna van Gogh-Bonger farà conoscere. Quelle parole, intime e universali, rivelano la sua visione dell’esistenza, la profondità della sensibilità, la capacità di vedere oltre la superficie del mondo. Senza di esse, i dipinti resterebbero quasi muti: è la mente, l’anima, a precedere l’arte e a infonderle forza immortale.
Vincent aiuta Jo a scoprire se stessa prima ancora che lei diventi la custode della sua memoria. Nelle conversazioni e nelle lettere che attraversano la famiglia, le mostra un modo diverso di guardare il mondo — più libero, autentico, vicino alla verità dell’animo umano. Da uomo ai margini, giudicato folle e inetto, vede con lucidità ciò che chi vive 'dentro' la società spesso perde. Con la sua inquietudine, le parole e lo sguardo, insegna a Jo che si può restare fragili e al tempo stesso forti, che si può essere soli eppure pieni di senso.
“La tua lettera è stata per me davvero come un vangelo, una liberazione dall’angoscia.”
— Vincent van Gogh, ad Theo e Jo, 10 luglio 1890
Quando resta vedova, con un figlio piccolo e due assenze che la circondano — Vincent e Theo — Jo non si ritira nel silenzio. Trasforma la perdita in un progetto. In quel periodo difficile, una lettera inattesa le arriva da Parigi: è Émile Bernard, che la ringrazia per il coraggio con cui sta proteggendo la memoria dei due fratelli. È il primo segnale che, fuori dall’Olanda, qualcuno intuisce già il ruolo che sta assumendo.
È la fine dell’Ottocento e l’Europa è in fermento. Nelle città si diffondono le idee di Zola, Tolstoj, Ibsen e Nietzsche; la borghesia colta discute di progresso, libertà e arte come espressione della personalità. Amsterdam è un crocevia di riviste e caffè letterari, dove i Tachtigers, gli 'Ottantisti', proclamano che l’arte deve essere vita. È un’epoca in cui la modernità bussa alle porte, ma una donna sola, giovane e madre, ha ancora pochissimi margini d’azione. Jo invece rompe gli schemi: si trasferisce a Bussum, apre le scatole delle lettere di Vincent e comincia a leggerle una a una. Quelle pagine la travolgono. Vi trova dolore, ma anche luce, una tensione verso la verità e la bellezza che le restituisce forza.
“Ogni pagina mi parlava della sua lotta, del suo amore per la verità; sentivo che non potevano restare sepolte.”
— Jo van Gogh-Bonger, diario
All’epoca, pubblicare lettere private è un gesto impensabile. L’editoria europea si concentra su saggi morali e memorie di uomini già affermati. Le lettere di un pittore sconosciuto, morto suicida, appaiono un azzardo: troppo intime, troppo fuori dalle regole. Ma Jo intuisce che proprio in quell’intimità risiede la forza di Vincent. Inizia a trascrivere, tradurre, ordinare. Seleziona con cura ogni brano, equilibrando emozione e rigore.
In un’epoca in cui il concetto di curatela non esiste ancora, costruisce un modello primitivo di market-building. Nel suo diario Jo scrive che bisogna spiegare i quadri, perché 'nessuno sa leggerli'. È il 1895: i musei non educano ancora il pubblico.
“Non puoi immaginare quanto sia paralizzante quello sguardo di una tela bianca… Ma per quanto la vita possa sembrare vuota o vana, l’uomo di fede e di calore interviene e fa qualcosa.”
— Vincent van Gogh, ad Theo, 1888
Prima di trovare un editore disposto a rischiare, Jo cerca a lungo. Scrive, consulta, valuta possibilità tra Amsterdam e l’Inghilterra, ricevendo spesso risposte vaghe o diffidenti. Pubblicare lettere intime di un pittore sconosciuto e morto suicida sembra un’impresa insensata. Ma la sua forza quieta non vacilla.
Dopo anni di lavoro silenzioso, Jo trova un alleato nella Maatschappij voor Goede en Goedkope Lectuur — società editoriale progressista di Amsterdam — aperta alle nuove idee e alla diffusione della cultura.
Nel 1914, dopo più di vent’anni di lavoro, le *Lettere a Theo* vengono finalmente pubblicate. La risposta è discreta ma attenta: il libro non passa inosservato. Gli intellettuali olandesi lo accolgono come una rivelazione morale, più che artistica, e lentamente si forma intorno a quelle pagine un pubblico nuovo — lettori attratti non solo dai quadri di Vincent, ma dalla sua visione dell’arte e del mondo. Le prime ristampe confermano l’interesse.
Nel 1915 un giovane lettore le scrive in forma anonima: dice che le lettere di Vincent lo hanno 'salvato dalla disperazione'. È la conferma che l’intuizione di Jo — trasformare il privato in una forma di salvezza pubblica — ha trovato il suo senso.
La guerra incombe sull’Europa, ma quelle pagine, piene di fede e di luce, appaiono come una risposta alla crisi del secolo. In un’Europa ferita, la parola di Vincent — restituita da Jo — diventa un argine di luce contro il disincanto moderno.
Jo non si limita a far conoscere un artista: crea un fenomeno culturale, costruisce da zero un’immagine e un pubblico, trasforma un fallimento biografico in un mito universale.
Nel diario, un giorno, annota: 'Dovrò raccontare la mia storia.' Non lo farà mai. Paradossalmente, mentre restituisce al mondo la voce di Vincent, lascia la propria in sospeso — e proprio quest’assenza rende il suo gesto ancora più luminoso.
“Che cosa meravigliosa è sentire così profondamente.”
— Vincent van Gogh, 1882
Così, in un secolo che non è ancora pronto per lei, Jo van Gogh-Bonger diventa la prima imprenditrice culturale moderna: una donna che, restituendo la voce a un artista, inventa un nuovo pubblico, un nuovo sguardo e una nuova idea di immortalità — e che, nel farlo, diventa parte della stessa opera che ha contribuito a salvare. La sua voce, come un’eco consapevole, continua a risuonare accanto a quella di Vincent: la seconda voce dell’immortalità.
Vincent crea l’opera, Jo il senso dell’opera nel mondo. È così che la memoria, quando incontra l’intelligenza e l’amore, diventa creazione.
*Martina Gecchelin*