Il possesso visibile. Come il desiderio trova il tempo di diventare cultura.

Le opere sono la parte più evidente di una collezione. Lo sguardo che le ha riunite rimane quasi sempre nascosto. È lì che si trova la sua storia più interessante.

Guardare una collezione significa osservare una sequenza di scelte. Guardarla con attenzione significa accorgersi che quelle scelte descrivono una durata. Ogni opera conserva il ricordo di un incontro, di un ritorno, di una ricerca, del tempo trascorso a riconoscere qualcosa che merita di restare vicino. Nel loro insieme compongono il ritratto di uno sguardo.

Le collezioni vengono spesso raccontate attraverso il valore economico delle opere, la rarità degli artisti o la qualità delle acquisizioni. Esiste però un'altra storia, più silenziosa e altrettanto significativa: quella del desiderio che le ha rese possibili. Un desiderio che raramente coincide con un'intuizione improvvisa e che molto più spesso cresce attraverso una lenta familiarità.

L'acquisto rappresenta un momento preciso. Il desiderio segue invece un'altra cronologia. Attraversa mostre, libri, cataloghi, visite, conversazioni, fotografie, incontri con gli artisti. Torna a presentarsi quando meno lo si aspetta, si deposita nella memoria, si misura con nuove esperienze, verifica la propria tenuta nel tempo. Quando trova una collocazione stabile porta con sé tutto questo percorso.

Visitare un'opera e scegliere di viverci accanto appartengono a due esperienze diverse. La prima si esaurisce nel tempo dell'incontro, la seconda introduce una continuità che modifica il rapporto con l'immagine. Nel saggio Possession and Access: Consumer Desires and Value Perceptions Regarding Contemporary Art Collection and Exhibit Visits (2009), Yu Chen mostra come accesso e possesso costituiscano due modalità distinte di relazione con la stessa opera. La distinzione illumina il passaggio dall'incontro alla convivenza.

Le opere hanno una strana ostinazione. Restano ferme e intanto cambiano tutto il resto.

Rimettono continuamente in discussione gli equilibri raggiunti, orientano le ricerche future, rendono evidenti affinità che fino al giorno prima passavano inosservate. Una collezione cresce così, per successive correzioni dello sguardo.

Anche le intuizioni hanno bisogno di tempo. Alcune maturano, altre cambiano direzione, qualcuna si perde lungo il cammino. Le rinunce appartengono alla storia di una collezione quanto le acquisizioni.

Una collezione non nasce quando arriva la prima opera. Comincia quando la seconda costringe a guardare la prima in modo diverso.

Ogni opera entra in una raccolta dopo avere già vissuto molte vite. È passata attraverso una mostra, una pagina letta al momento giusto, una conversazione, un viaggio, un ritorno inatteso. Quando trova posto in una casa non conclude il proprio percorso. Ne apre un altro. Il dialogo continua, cambia ritmo, coinvolge nuove persone, apre letture inattese, modifica il modo in cui viene guardata e il modo in cui si guardano le opere che le stanno accanto.

Russell Belk ha osservato come il possesso contribuisca a definire l'identità di chi possiede. Alcune collezioni sembrano raccontare anche il percorso inverso: sono le opere a estendere progressivamente lo sguardo di chi vive accanto a loro.

Per questo il sistema dell'arte svolge una funzione tanto discreta quanto decisiva. Musei, gallerie, archivi, fondazioni, critica, fiere, collezioni aperte e pubblicazioni non distribuiscono soltanto occasioni di incontro. Offrono al desiderio la possibilità di tornare sulle stesse opere, di rivederle in contesti diversi, di misurare nel tempo la tenuta di un'intuizione. È attraverso questa continuità che una semplice attrazione può trasformarsi in una scelta consapevole.

Ayia Rakaya di Ibrahim Mahama nella masseria di Luca Bombassei in Salento. Un'opera che continua il proprio percorso vivendo accanto a chi l'ha scelta.

Nel racconto che Luca Bombassei dedica all'opera Ayia Rakaya di Ibrahim Mahama il momento dell'acquisto occupa poche righe. Molto più spazio trovano il primo incontro alla Biennale di Venezia del 2015, gli anni di approfondimento, la ricerca di una collocazione naturale, il rapporto che continua con l'artista e con il lavoro scelto. Colpisce anche il lessico. La scelta dei verbi racconta la natura stessa della relazione. Il verbo acquistare rimane quasi sullo sfondo. Rimangono invece incontrare, approfondire, convivere. È una differenza sottile, ma racconta molto del modo in cui una collezione prende forma.

Quando Bombassei scrive di opere «con cui scegliamo di vivere», descrive una relazione che il possesso rende possibile ma che non esaurisce. L'opera continua a lavorare nel tempo, apre nuove direzioni di ricerca e modifica lentamente lo sguardo di chi la osserva ogni giorno.

Il possesso è la parte visibile di una storia molto più lunga.

Di tutto il resto, dall'esterno, si vede poco. Una parete, una biblioteca, una stanza, un'opera collocata accanto a un'altra. Rimangono invisibili le visite rimandate, i cataloghi consumati, gli incontri fortuiti, le esitazioni, le rinunce che hanno reso possibile quell'accostamento.

Esperienze come la Home Gallery di Maria Livia Brunelli o le iniziative promosse da Dries Van Noten permettono di seguire il percorso di uno sguardo attraverso le opere che ha scelto.

Maria Livia Brunelli e Fabrizio Casetti accolgono gli ospiti nella Home Gallery di Ferrara. La casa diventa uno spazio in cui collezione, mostre temporanee e incontri si intrecciano in un’esperienza condivisa dell’arte.

Ogni accostamento conserva la memoria di una decisione, ogni ambiente restituisce la continuità di una ricerca. Le opere continuano a occupare il loro posto, mentre il filo che le unisce diventa leggibile anche per altri.

Le iniziative promosse da Dries Van Noten mostrano come arte, moda e spazio abitato possano dialogare in un’unica esperienza visiva, in cui il collezionismo entra a far parte della vita quotidiana.

Ogni collezione conosce un momento in cui il proprio racconto incontra altri sguardi. Le opere rimangono al loro posto, il loro ordine continua a generare nuove letture. Una vicenda personale prosegue così il proprio cammino e trova nuovi modi di essere abitata.

Se il gusto contribuisce a definire appartenenze, le collezioni raccontano anche qualcosa di ulteriore: documentano il tempo necessario perché uno sguardo impari a riconoscere le proprie costanti. Il prestigio che talvolta le accompagna appare così come una conseguenza della continuità di una ricerca più che come il suo obiettivo.

Le grandi collezioni si riconoscono raramente dal numero delle opere. Si riconoscono dalla qualità delle rinunce. Ogni esclusione illumina una preferenza, ogni preferenza rivela una costanza, ogni costanza restituisce il profilo di uno sguardo. È in questa trama di conferme e omissioni che una raccolta trova il proprio carattere.

Ogni collezione custodisce opere, incontri, rinunce, ritorni. Custodisce il tempo necessario perché uno sguardo trovi la propria forma.

Ogni collezione conosce un momento in cui il proprio racconto incontra altri sguardi. Una serata a Palazzo Contarini Corfù, dimora veneziana di Luca Bombassei.

A distanza di anni ogni collezione restituisce due ritratti. Il primo appartiene alle opere che custodisce. Il secondo, molto più silenzioso, appartiene allo sguardo che, vivendo accanto a loro, ha imparato lentamente a riconoscere se stesso.

Le opere restano al loro posto. Chi vive accanto a loro raramente rimane lo stesso.

Martina Gecchelin

Avanti
Avanti

Non erano assenti. Erano amministrati.