Gli interstizi del valore: Cattelan e Vettriano come sentinelle del mercato contemporaneo
Il prezzo non segue l’opera: segue ciò che accade tra le sue pieghe
Il mercato dell’arte contemporanea chiude un’epoca di certezze ed entra in una fase in cui il valore monetario si sgancia dall’integrità fisica dell’opera. Due vicende recentissime – l’asta newyorkese del novembre 2025 in cui America, il bagno d’oro di Maurizio Cattelan, viene aggiudicato a una cifra quasi identica al valore di fusione del metallo, e la retrospettiva postuma milanese dedicata a Jack Vettriano, dove stampe a tiratura limitata raggiungono valutazioni da sei cifre – agiscono come sentinelle. Non sono episodi isolati: sono segnali precisi. Mostrano che il prezzo non segue la materia, ma la narrazione.
Quando America, il WC in oro 18 carati, scivola verso il suo valore di base, il mercato rivela una preferenza quasi primitiva per l’asset tangibile. L’oro, pensato da Cattelan come beffa, diventa un’àncora che inibisce il concetto. L’eccesso di materia soffoca l’ironia: la scultura si contrae nel suo significato più letterale. È l’esempio perfetto di ciò che accade quando la presenza è troppo piena per produrre senso: la materia sovrasta il linguaggio, e il gesto si ritrae nel suo “dopo”, nel residuo che rimane una volta evaporata l’intenzione. Eppure non è un fiasco: è una rivelazione. Il mercato del 2025, pur incline all’azzardo, non rinuncia al rifugio sicuro del metallo. La smaterializzazione concettuale rimane un lusso; la materia, il suo contrappeso.
A Milano, nello stesso arco di mesi, la retrospettiva postuma dedicata a Vettriano mostra l’estremo opposto: stampe di alta qualità – carta, inchiostro, nulla di prezioso – raggiungono valutazioni elevate grazie al dispositivo della rarità e alla forza del brand. Qui la materia non pesa: scompare. Le opere agiscono non per la loro presenza fisica, ma per la capacità di attivare un immaginario. Vettriano non lavora sul concetto, ma sull’immagine; e in questo si avvicina – per analogia di struttura, non di poetica – a Leonardo Cremonini, pittore che ha trasformato l’attesa e i suoi margini in un territorio di soglie. Non per accostare mondi distinti, ma per chiarire un punto: entrambi abitano l’interstizio. Vettriano nelle pause narrative, nei gesti trattenuti, in ciò che brilla un attimo prima di accadere; Cremonini nel tempo sospeso, nei respiri che trattengono la luce. Il riferimento non sposta il baricentro: illumina una comune architettura temporale, quella capacità di dilatare ciò che normalmente sfugge allo sguardo.
La retrospettiva conferma come un’immagine popolare, immediatamente leggibile e lontana dall’avanguardia, possa diventare un bene di lusso grazie alla sua forza di attivazione: nel mercato del 2025, la riconoscibilità stessa diventa uno status.
In questo spazio di micro-soglie entra, sorprendentemente, anche Cattelan. Se Vettriano e Cremonini lavorano su ciò che sta per accadere o rimane sospeso, Cattelan agisce sul residuo, sulla lingua dell’accaduto. Le sue opere sono postume rispetto al loro stesso gesto: non esistono in un presente pieno, ma nel “tempo dopo”, nella scoria concettuale che rimane quando la beffa si è consumata. In America questo meccanismo diventa più limpido: non è l’oggetto a parlare, ma la distanza tra ciò che voleva significare e ciò che il mercato ascolta davvero. È una frattura quasi benjaminiana, per evocare Walter Benjamin: l’intenzione perde la sua aura, e ciò che sopravvive è il deposito fenomenico, un resto che il mercato rielabora a suo piacimento.
Ed è qui che le due vicende convergono. Cattelan e Vettriano sembrano opposti – uno corrosivo e concettuale, l’altro figurativo e seduttivo – ma rivelano lo stesso principio: il valore nasce da un patto di fiducia tra mercato, collezionisti e pubblico. Cattelan attiva la fiducia nel cortocircuito; Vettriano, nella forza emotiva dell’immagine sospesa. L’opera è un tramite: non è ciò che vale, è ciò che permette al valore di accadere.
La direzione del mercato nel 2025 è chiara: l’opera non vale perché esiste, ma perché attiva un immaginario. La materia rassicura, la rarità rassicura, gli interstizi affascinano; ma è la narrazione – ciò che precede, ciò che filtra, ciò che resta – a determinare il prezzo. Il valore non è più un oggetto da possedere, ma un luogo di proiezione, un passaggio di soglia, un’intercapedine del visibile. È lì, in quel punto esatto dove l’opera cede il passo al suo racconto, che oggi il mercato decide quanto può valere ciò che guarda.
Martina Gecchelin